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DAY BY DAY

giovedì 16 febbraio 2017

News from Sverige 2)

Pubblico la traduzione di questo saggio di Karin Pettersson, Senza socialdemocrazia il capitalismo divorerà se stesso ("Social Europe" - febbraio 2017).

E' una tragedia, ma non c'è niente da fare: nel momento in cui sarebbe tanto più necessaria la socialdemocrazia è al suo minimo storico.
C'è ancora un futuro per progressisti? Ci sono quattro lezioni per il futuro che la sinistra ha bisogno di capire, e quattro modi di pensare la strada da percorrere.
Nel 1979 il demografo francese Jean Fourastié ha coniato la formula Les Trentes glorieuses, per il periodo tra la fine della seconda guerra mondiale e la prima crisi petrolifera del 1973. E' stato un periodo di sviluppo economico, di aumento del tenore di vita e di crescita dei salari reali nella parte occidentale d'Europa e negli Stati Uniti.
Più di 35 anni dopo, molti politici di sinistra stanno ancora perdendo tempo a cullarsi nella nostalgia, a sognare ad occhi aperti quel periodo. Ma l’età dell’oro è finita da un pezzo e quel mondo non esiste più.
Forse la caratteristica più unica del dopoguerra era l’equilibrio raggiunto tra lavoro e capitale. I sindacati contrattavano con i datori di lavoro per i salari. L'aumento dei salari per i lavoratori portava a una maggiore domanda che in cambio creava profitti per gli imprenditori. I governi intanto sostenevano il regime con le politiche economiche keynesiane. Questo mentre i politologi discutevano se questo accordo è stato raggiunto attraverso la benevolenza dei capitalisti o pressione dal lavoro.
La realtà è più complicata di così. Per prendere in prestito da Peter Hall, tre serie di fattori hanno reso questo equilibrio di potenza possibile.
In primo luogo, dopo la guerra la memoria di un intenso conflitto di classe era fresca nella mente del pubblico. I politici a destra e a sinistra convenivano nella necessità di politiche che aumentassero la qualità della vita per i più. In molti paesi proprio i governi conservatori e di destra sono stati fondamentali per l'attuazione di ammortizzatori sociali e politiche di welfare.
In secondo luogo, gli economisti hanno suffragato l'idea che i governi fossero in grado di garantire la piena occupazione. Questa formula ha incoraggiato partiti tradizionali della sinistra a fare la pace con il capitalismo invece di cercare alternative più radicali.
Infine, vi è stato un percorso elettorale per la creazione di uno stato sociale più forte. La sinistra politica che rappresentava la classe operaia capì che poteva compromettersi con i partiti della classe media su un programma politico che offrisse prestazioni sociali e politiche economiche attive.
Nessuna di queste condizioni oggi è più disponibile.

Non si tratta di libero scambio, stupido

Il successo dei populisti sia a destra sia a sinistra potrebbe ingannare, facendo pensare che bastasse chiudere le frontiere per tornare automaticamente ai giorni felici. Per essere chiari: molti dei sostenitori del libero scambio hanno sottovalutato gli effetti negativi del commercio globale. La politica ha completamente fallito in tutti i tentativi atti a cercar di compensare i propri perdenti.
La grande storia degli ultimi 30 anni riguarda piuttosto qualcos'altro.
La vera grande fase di cambiamento nelle società capitaliste occidentali è stata quella del passaggio dall'industrialismo alla post-industrializzazione. Rispetto a questo, tutto il resto sono solo increspature sulla superficie. Il fatto che i lavoratori siano stati massicciamente spostati dalla catena di montaggio al settore dei servizi è qualcosa che ha cambiato il modo di funzionare dell'economia, ma anche le relazioni di potere, le identità, i modi del fare politica.
Nel dopoguerra i sindacati servivano soprattutto a garantire i diritti dei lavoratori. Con il passaggio alla economia dei servizi, il loro potere è diminuito. Il risultato è che il ruolo dei sindacati come contrappesi all'influenza delle multinazionali si è sensibilmente indebolito, così come la loro capacità di fornire sostegno politico ai partiti socialdemocratici. Nei posti di lavoro di oggi spesso si richiedono elevate competenze, almeno quanto si offrono bassi salari e poca sicurezza. E' difficile trovare posti di lavoro "buoni" con basso livello medio di abilità. Questi mercati del lavoro importano alte disuguaglianze e non solo in termini di reddito.
Un altro cambiamento importante riguarda l'istruzione. Oggi circa la metà della popolazione nei paesi occidentali ha una laurea  - di solito come conseguenza di politiche poste in essere dai partiti socialdemocratici. Questo riguarda i valori e il senso di identità delle persone. Ma è anche qualcosa che indebolisce ulteriormente il voto di classe.
Troppo spesso si trascura che una scossa fondamentale per l'ordine economico del dopoguerra è stata rappresentata dal cambiamento che si è verificato allorché le donne nell'arco di una generazione hanno smesso di essere casalinghe per competere con gli uomini nel mercato del lavoro. Il discorso pubblico di oggi è ossessionato dall'immigrazione, ma questa sfida è niente in confronto alla portata del cambiamento causato dalla crescita delle donne come concorrenti degli uomini sul posto di lavoro.
Le modifiche descritte qui sono fondamentali e impossibili da invertire. Hanno avuto non solo enormi conseguenze economiche, hanno anche messo in discussione e modificato le identità, i valori e la politica in un modo che si riverbera ancora nelle nostre società.
E si tratta anche di qualcosa che investe direttamente la politica.
L'aumento del populismo non è solo una reazione ai drammatici ma inevitabili cambiamenti strutturali. Deve anche essere inteso come la conseguenza delle politiche neoliberiste che hanno ribaltato attivamente l'equilibrio tra capitale e lavoro.
Alla fine della 2° guerra mondiale il sociologo Karl Polyani notoriamente ha scritto che "una società di puro libero mercato è un progetto utopico, perché la gente sempre avrebbe resistito al processo di sua riduzione a merce". La convinzione di Polyani era che i mercati senza vincoli e la completa mercificazione degli esseri umani avrebbero portato al fascismo. Il suo libro La grande trasformazione è stato pubblicato proprio prima dell'inizio del dopoguerra, cioè prima della realizzazione di quelle reti sociali di sicurezza e dei sistemi di welfare chiamati a rispondere proprio alla paura denunciata da Polyani.
La ragione per cui queste politiche potettero essere realizzate era probabilmente nel fatto che i politici di destra come di sinistra avevano allora consapevolezza dei pericoli costituiti dalla povertà e dalla disoccupazione di massa. Come lo storico Tony Judt ha osservato, nel dopoguerra il piano Marshall ha avuto certo conseguenze economiche, ma la crisi che tendeva a contrastare era in primo luogo quella politica. Lo scopo era quello di evitare che l'Europa ricadesse nel fascismo e nel totalitarismo.
Con l'aumento del neoliberismo questa lezione è stata dimenticata. Negli anni '80 e '90, lo spettro dell'inflazione è diventato l'obiettivo principale di tutti i partiti di governo.
Allo stesso tempo mentre i sindacati perdevano forza, ne guadagnava il capitale organizzato e mobilitato, così come le teorie economiche del fondamentalismo di mercato. Si sono così imposte politiche che hanno determinato il disfacimento del contratto sociale. Di contro hanno preso l’egemonia politiche economiche che hanno visto la convergenza di partiti di sinistra e di destra tradizionalmente antagonisti. L'effetto è stato che una grande parte della loro base elettorale operaia è stata lasciata senza voce.
Il risultato di questi cambiamenti strutturali e delle relative politiche neoliberiste è stato l'esplosione delle disuguaglianze, descritta al meglio dall'economista francese Thomas Piketty. La sua ricerca mostra infatti come la relativamente equa distribuzione della ricchezza risultato delle istituzioni del dopoguerra, stia oggi scomparendo. In un mondo in cui il rendimento del capitale sta superando il livello di crescita, l'accumulo di attività da parte del già ricco ha direttamente determinato la crisi di idee stimolanti quali quelle di equità e giustizia, le stesse che avevano costituito i mattoni fondamentali delle democrazie occidentali. Passo dopo passo, il capitalismo si sta mangiando quelle condizioni fondamentali, con conseguenze potenzialmente drammatiche per la stabilità sociale e la democrazia liberale.
La fine della crescita
Uno dei presupposti fondamentali del nostro ordine politico è stata per decenni l'idea di livelli permanenti e stabili di crescita. Ora questa idea è in discussione oggi. Non è solo di Piketty la previsione di più bassi livelli di crescita per il prossimo futuro. L’economista americano Robert Gordon suggerisce infatti che i rapidi progressi compiuti nel corso degli ultimi 250 anni potrebbero rivelarsi un periodo unico e irripetibile della storia umana.
In effetti la crescita può essere sia funzione di aumenti di produttività, sia di aumento della popolazione. Come mostrato da Gordon, i guadagni di produttività derivanti dalla rivoluzione di Internet sono stati minimi negli ultimi anni. A differenza delle invenzioni della rivoluzione industriale, i cambiamenti tecnologici di oggi non sembrano aumentare radicalmente la produttività del lavoro e il tenore di vita. Allo stesso tempo, le popolazioni di molti paesi europei stanno invecchiando rapidamente. Con ogni probabilità, i compromessi politici della prossima generazione dovranno essere effettuati in un contesto di risorse scarse e di minore crescita. La stessa politica sotto tali restrizioni sarà molto diversa da come la abbiamo conosciuta.
Non rende poi le cose più facili il fatto che i paesi all'interno dell'UEM abbiano le mani legate da una combinazione di alto debito e di vincoli di bilancio. Il politologo tedesco Walter Streeck ha chiamato questo "lo Stato di consolidamento", una situazione in cui i governi percepiscono che la loro unica possibilità di stabilizzare il budget è quella di fare ulteriori tagli nelle reti di sicurezza sociale.
Allo stesso tempo, il mercato del lavoro è soggetto a grandi cambiamenti. Alcuni economisti ritengono che l'automazione potrebbe fondamentalmente destabilizzare le nostre società e spazzare via un gran numero di posti di lavoro del ceto medio, modificando radicalmente sia i mercati del lavoro sia il tessuto della società. Altri sono sostenendo che l'aumento di automazione alla fine porterà sia alla domanda di nuovi prodotti sia ad un maggior numero di posti di lavoro creati.
Qualunque sia il punto finale, i cambiamenti tecnologici stanno mettendo grande pressione sui mercati del lavoro. Come minimo, siamo all'inizio di un periodo di trasformazione molto difficile, in cui verranno superate quelle che sono le competenze tradizionali di tanta gente. Questi sviluppi non faranno che accelerare la disuguaglianza già esplosa e minare ulteriormente un contratto sociale già fragile.
Il ritorno dello Stato
Non esistono soluzioni nazionali per le grandi questioni del nostro tempo: il cambiamento climatico, la migrazione o la crisi del capitalismo globale. L'obiettivo dei socialdemocratici deve essere una società aperta, la cooperazione internazionale e il flusso di idee e di persone attraverso le frontiere. Ma alla fine, la politica è locale. E in un periodo in cui la gente sta perdendo la fiducia nella politica, i leader progressisti devono tornare agli elettori e cercare un nuovo mandato. Questo è ciò che i partiti populisti hanno capito, ed è un mistero che la sinistra sia stata così lenta a rispondere.
La buona notizia è che lo stato sociale si è mostrato più resistente di quanto si potesse pensare all'inizio dell'era neoliberista, mentre le diversità nei livelli di redistribuzione, di tassazione e di giustizia sociale restano grandi. Non c'è una convergenza istituzionale per un unico modello basato su tasse basse e stato sociale minimo. E' infatti un mito neoliberale che la competitività dei paesi e le prestazioni economiche dipendano da tasse basse e mercati deregolamentati. Al contrario, il successo economico è raggiungibile in modi diversi. Questo crea spazio per variazioni nelle politiche nazionali e lascia aperta la via per un modello di sviluppo progressivo.
Il problema dell’immigrazione
È il populismo una reazione contro l'insicurezza economica nelle economie post-industriali - o contro i valori liberali e progressisti? Scienziati della politica, come Pippa Norris di Harvard hanno trovato una risposta: i valori non esistono separatamente e indipendentemente dalle realtà economiche o dai ritmi di cambiamento in campo tecnologico.
E’ importante riconoscere, tuttavia, che la tendenza a lungo termine pare essere che i valori stanno cambiando proprio nella direzione di un rafforzamento della la democrazia, della tolleranza e dell'uguaglianza di genere. Un movimento politico che voglia avere un suo respiro deve tenere presenti queste tendenze.
Viviamo in un'epoca di globalizzazione e di migrazioni. Allo stesso tempo, lo stato nazionale resterà per il prossimo futuro il principio organizzativo indispensabile alla realizzazione della politica. Anche nel nuovo tempo confini e controlli alle frontiere restano necessari, ma politiche ottusamente restrittive sarebbero non solo immorali, ma anche economicamente miopi. Una delle poche soluzioni al dilemma di una crescita ancora troppo lenta è proprio l'immigrazione.
Un singolo paese non può accettare un numero illimitato di profughi. Ma proprio come l'apertura dei mercati del lavoro alle donne ha migliorato l'uguaglianza e favorito la crescita, così per le politiche migratorie i socialdemocratici devono imporre l’idea della inviolabilità dei diritti umani - in combinazione con una strategia lucida di come l'apertura e uguaglianza possono procedere insieme.
Contrariamente a quanto si pensa, quanto più elevati sono i livelli di redistribuzione, quanto più alto è il consenso da parte degli elettori. Tasse più alte e benefici più generosi sono in verità compatibili con visioni del mondo utili a sostegno di queste politiche (come Peter Hall sostiene in un suo prossimo saggio). Questo ha conseguenze nel modo in cui possiamo ancora progettare politiche tali da mantenere intatta la solidarietà.
Lo stato sociale universale è stato contestato in molti paesi negli ultimi 30 anni. L'argomento usato era che l'universalità e alti livelli di redistribuzione avrebbero ridotto gli incentivi al lavoro e ostacolato la crescita - naturalmente non è vero. I politici di destra e di sinistra hanno risposto all'immigrazione allontanandosi da vantaggi come i diritti, verso rigidi requisiti di ammissibilità lungo linee etniche. Per i sostenitori della solidarietà è invece una strada pericolosa da percorrere, non solo perché è moralmente sbagliata, ma perché a lungo termine mette a rischio i principi di universalità che rendono possibile la ridistribuzione.
E invece uno stato sociale universale potrà solo che avere notevoli benefici in fatto di solidarietà agli immigrati - e, quindi, di integrazione e di apertura.
Nel lungo periodo, la migrazione deve essere affrontata a livello globale. Nel periodo più breve, la piattaforma dei progressisti deve stare su due gambe - politiche migratorie generose (ma non illimitate), combinate con una difesa inequivocabile dell’universalità. In caso contrario, il progetto democratico sociale stesso sarà compromesso.
Il dilemma
Già negli anni '80, il sociologo danese Gösta Esping-Andersen si è chiesto come economie post-industriali potessero rimodellare le politiche elettorali. Egli ha sostenuto che la classe sociale tradizionalmente intesa stava diventando sempre più irrilevante in fatto di comportamenti di voto; il che pregiudicava il compromesso storico tra il lavoro e la classe media, che aveva reso possibile lo stato sociale. Da allora, questo punto di vista è stato effettivamente contestato e rivisto.
I politologi Jane Gingrich e Silka Häusermann hanno dimostrato che la classe continua ad essere un buon predittore di preferenze politiche e orienta le scelte - sia pur lungo nuove linee.
E’ vero che gli elettori della classe operaia tradizionali costituiscono una quota ormai ridotta di elettori e che quindi il sostegno per la sinistra è diminuito, ma allo stesso tempo è cresciuta la classe media ed ha adottato valori più progressisti.
Questo è potenzialmente e, almeno parzialmente, una buona notizia per i socialdemocratici. Quando l'elettore costituito dal blocco della classe operaia si riduce, la classe media può sostituirlo come protettore delle politiche di welfare e progressive.
Il vero dilemma per la socialdemocrazia è che i suoi potenziali elettori sono divisi in due blocchi elettorali con valori e interessi diversi. Da un lato, gli elettori della classe operaia, che favoriscono politiche redistributive volte alla parità di risultato, d’altra parte, la classe media progressiva crescente, che favorisce investimenti sociali, ma non è interessata alla parità di reddito.
Quindi quali sono le opzioni elettorali per i progressisti? Una è quella di assecondare la classe operaia seguendola sulla strada dello sciovinismo del benessere e della nostalgia. Possibili partner della coalizione in questa strategia sarebbero i partiti populisti e conservatori. Il problema (a parte rinunciare ai valori fondamentali di uguaglianza e di apertura) è che la classe media progressiva con ogni probabilità abbandonerebbe la nave.
Un'altra opzione è quella di ridefinire il progetto progressivo come di educazione e non di ridistribuzione. Questa è stata la risposta degli anni '90 e in questa strategia elettorale partiti verdi e liberali potrebbero essere parte della coalizione - con il rischio però di lasciarsi alle spalle la classe operaia.
Un terzo modo sarebbe quello di riconoscere che un progetto democratico sociale che lasci fuori la classe operaia - anche se in contrazione - perde la sua ragion d'essere, mentre invece la lotta necessaria contro la crescente disuguaglianza crea sempre nuove possibilità di forgiare una coalizione tra il lavoro e classe media.
Anti-elitismo, non Identità Politica
"Anti-elitismo" è un concetto complicato e pericoloso in politica. Ma uno dei motivi per cui è purtuttavia così potente è che cattura comunque alcuni dei problemi che abbiamo di fronte oggi.
E’ importante capire che l'ascesa del populismo è una risposta razionale all’aumento della disuguaglianza e al fallimento della sinistra nella capacità di articolare politiche economiche credibili, capaci di sfidare il neoliberismo.
La sinistra deve per una questione di principio difendere, promuovere e proteggere l'espansione dei diritti per le donne e le minoranze. Ma l'obiettivo principale per la politica progressista non può essere quello di vincere una discussione in una guerra culturale, deve essere quello di creare politiche capaci di cambiare le strutture di potere.
Da un lato, la politica deve svolgere un ruolo più attivo nella creazione di un nuovo equilibrio tra capitale e lavoro in un mondo dove le forze che producono disuguaglianze sono sempre più potenti. Ma una piattaforma politica di tasse più alte e più investimenti pubblici non sarà sufficiente. Come il politologo Bo Rothstein ha dimostrato, equità e pari opportunità sono elementi di vitale importanza per politiche volte a (ri-)costruire la fiducia e il capitale sociale, a loro volta componenti necessari per una politica progressista. I socialdemocratici hanno bisogno di continuare nella lotta per l’uguaglianza, cioè tanto contro il rent-seeking e la corruzione economica, quanto per la redistribuzione del reddito.
In questo modo sarebbe possibile forgiare una coalizione tra il lavoro e la classe media attraverso una versione di anti-elitismo che si basa su un'idea di equità, piuttosto che di risentimento.
Il punto debole di questa strategia è che essa richiede modifiche sostanziali per rendere credibile una democrazia sociale; richiede ad esempio di essere più ambiziosi in fatto di politiche di tassazione della ricchezza e del capitale, così come nella regolamentazione dei mercati finanziari. Ma comporterebbe anche la capacità di prendere sul serio questioni che per lo più invece i partiti socialdemocratici hanno abbandonato, come ad esempio gli stipendi per i politici e i dirigenti aziendali. E ciò significherebbe porsi il problema che oggi i partiti socialdemocratici in larga misura si limitano ad organizzare il consenso e a trarre i propri membri soprattutto dalla classe media.
Solo la sinistra può ormai salvare il capitalismo

E’ evidente che ormai né il liberalismo, né il conservatorismo, né il populismo di destra hanno le risposte per affrontare il tema centrale di oggi: la disuguaglianza che esplode e che mina la crescita, la democrazia e il contratto sociale. Non si possono neanche più difendere i valori liberali con il protezionismo e la chiusura delle frontiere agli immigrati. E’ dunque evidente che oggi, più che in passato, un contrappeso al crescente potere del capitale è necessario proprio se si vogliono salvare la democrazia liberale e lo stesso capitalismo. Il mondo è cambiato. Gli elettori capiscono questo, e sono alla ricerca di politici capaci di pensare in grande. I socialdemocratici in passato hanno spesso parlato di primato della politica. Se vogliono ancora avere una parte nel prossimo capitolo della storia devono agire proprio su questa convinzione; solo così potranno evitare il rischio di scomparire.

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