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mercoledì 25 maggio 2016

Politica in Occidente

John Kay economista della London School of Economics ha scritto cose interessanti sulla crisi delle democrazie occidentali (in particolare di area anglosassone: Gran Bretagna e USA).
Inizia considerando come fino agli anni '60 la politica dei paesi più avanzati era centrata sul concetto e sulla realtà di "classe". L'influenza di elementi religiosi, etnici, culturali era limitata, non decisiva.
Il '68 rappresentò l'inizio di una nuova fase di "secolarizzazione". Un fenomeno che colpì particolarmente le classi dirigenti della sinistra, divenute sempre più sensibili alle tematiche dei diritti, della 'liberazione', dell'ambiente, cominciando perciò stesso a trascurare le questioni materiali dell'insediamento sociale e del mondo del lavoro. I processi di deindustrializzazione fecero il resto; ad esempio indebolirono i sindacati di fabbrica a favore di quelli della pubblica amministrazione e dei "colletti bianchi".
Cominciò a definirsi quella scissione fra élites acculturate e autoreferenziali e il tradizionale mondo del lavoro e popolare.
Alla base dell'attuale successo dei movimenti populisti e antipolitici ci sono questi movimenti tellurici profondi.
Soprattutto nei paesi anglosassoni questi significò che il tradizionale sistema "two-party", con progetti politici che si "alternano al governo" cercando di assicurarsi rispettivamente anche i consensi del centro, entrava in crisi. Questo perché lo "spettro da sinistra a destra" non era più "uni-dimensionale", rettilineo e stabile, ma si frantumava e si aggrovigliava rendendo difficile la gestione politica della nuova realtà.
La crisi entro la quale ci troviamo da decenni ha queste origini remote, occorre tornare con uno sguardo nuovo e aggiornato al "classico", ai fondamenti della politica occidentale moderna.

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